Canile. Era da tanto, tantissimo tempo che non ne sentivo parlare. Tanto, tantissimo tempo, quasi una vita, che non ci pensavo.


Eppure proprio ieri, in mia presenza, Diana, la mia mamma umana, ha pronunciato quella terribile parola. Strano. Lei, che è sempre così attenta e in tutti questi anni di amore e felice convivenza (dicono che noi animali non sappiamo contare, ma io so benissimo che sono trascorsi undici anni e tre mesi esatti da quel 7 marzo 1992 in cui la mia vita cambiò, anzi, in cui ricominciò la mia nuova vita, accanto a loro) ha sempre cercato in ogni modo di farmi dimenticare la mia terribile esperienza, proprio lei ieri ha abbassato la guardia. Forse, ho pensato al momento, non si è accorta che sono qui, sdraiato sotto la sua scrivania. Poi, invece, mi sono accorto che, subito dopo aver pronunciato quella terribile parola, mi sorrideva e allungava una mano per scompigliarmi e poi ripettinarmi la frangia, come piace così tanto a me e, credo, anche a lei. Allora forse, ho pensato, crede che io non capisca le parole. Ma mi sembra impossibile, visto che da anni comunichiamo così bene tra di noi (è vero, molto più col pensiero, ma anche tanto con le parole).

Poi mi sono accorto che era al telefono e che la terribile parola le era uscita di bocca parlando con una signora che, da quanto ho capito aguzzando le orecchie, le stava dicendo che aveva adottato una cagnolina al canile e che, dopo due giorni, era pentita perché non era per niente affettuosa e, invece di giocare con i suoi due bambini, se ne stava rintanata in un angolo della cucina e si limitava a piluccare qualcosina dalla ciotola, tenendo il capo chino, le orecchie incollate alla testa e la coda stretta stretta tra le zampe.
Allora, facendomi forza, mi sono messo ad ascoltare con attenzione ciò che la mamma rispondeva. E devo dire che ho trovato assolutamente ineccepibile il suo ragionamento e il modo in cui alla fine ha convinto la signora a tenere la cagnina e a starle tanto vicino, senza pretendere nulla da lei, ma anzi rassicurandola, dandole fiducia e amore, tanto amore. Brava mamma!
Però adesso, sapendo che quella signora mi sta leggendo, vorrei fornirle anche la mia versione, il punto di vista canino circa la questione.
Cara signora, il canile, sappilo, non è un albergo, non è una pensione di lusso. Il cane che arriva al canile ha sempre e comunque alle spalle un’orribile esperienza di abbandono, magari di stenti, di giornate passate a schivare le ruote delle macchine e la cattiveria della gente che odia i randagi, come se fossero una categoria creatasi autonomamente e volontariamente, e non per volere umano. Cara signora, prima di pensare che la tua cagnolina è poco affettuosa o addirittura, come ti ho sentito dire, un’ingrata, prova a pensare, a metterti anche solo un momento nei suoi panni, a immaginare che cosa possa avere provato a essere picchiata, maltrattata e poi mollata per una strada.
Cara signora, voglio citarti, qui, un passo del mio libro (Paco. Diario di un cane felice; se non l’hai già comprato, compralo subito, per leggerlo e aiutarmi ad aiutare tanti miei simili sfortunati), in cui racconto come stavo io, in canile, io che pure ero stato fortunato e non avevo subito esperienze spaventose come tanti miei simili, io che fui così fortunato da restare in canile per un mese e mezzo. Niente, in confronto a chi ci passa degli anni, o anche tutta la vita. Ma ecco quello che scrivevo nel ventiseiesimo capitolo:
“Ed eccomi qui, in questa prigione, a sgranare come un rosario giorni su giorni di solitudine, di noia, di nostalgia. Non sapevo che cosa significasse essere rinchiusi in un canile, non sapevo se lo stato di prigionia sarebbe stato definitivo. Sapevo solo che lì dentro mi sentivo solo. Quel posto mi andava stretto, dopo tutti quei mesi di libertà.
Nonostante le cure dei guardiani, che ogni giorno distribuivano a ognuno di noi una ciotola di pappa bollente da pelarsi il palato (dovevo lasciarla raffreddare e intanto farle la guardia contro gli agguati dei miei compagni di cella, che all’ora dei pasti si tramutavano in tanti lupi famelici e, avventandosi su quella sbobba fumante, la trangugiavano senza curarsi della temperatura da ustione di terzo grado), nonostante le coccole che ci davano durante l’ora d’aria, non mi sentivo per niente amato.

Mi sentivo invece ripudiato dal mondo, messo da parte, lì, in quel luogo dove non avrei più dato fastidio a nessuno, nemmeno alla coscienza degli umani che, vedendomi girovagare, avrebbero magari potuto ricordarsi quanto a volte gli umani siano crudeli verso noi animali. E allora meglio rinchiuderci in gattabuia, lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Ed eccomi lì, a contare forse all’infinito le ore che passavano e che mi separavano dall’ignoto: la morte? una nuova vita? altri giorni tutti uguali, chiuso lì dentro?”
Ecco, cara signora, ecco che cos’è il canile. Ecco che cos’è sentirsi rifiutato, dimenticato, non più amato. Al canile, credimi, non si sta bene, per tanto che cerchino di farti star bene.

E allora, cara signora, dai tempo alla tua cagnina, dalle amore, cerca di farle passare la paura dagli occhi e dal cuore. E ringrazia il Cielo e l’innata bontà di noi cani se, con quello che ha passato, si limita a restare tremante in un angolo, anziché avventarsi alla gola di tutti i simili di coloro che le hanno fatto male: gli umani.

Il tuo, il vostro

Paco

(da “Amici di Paco” 24, in uscita a luglio)

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